p 289 .



Paragrafo 4 . Jean-Jacques Rousseau.

     
Il  pensiero  illuminista  si  presenta  dominato  da  un  generale
sentimento  dell'ottimismo:  la  ragione,  consapevole  dei  propri
limiti,  sembra  comunque potersi muovere a proprio  agio  nei  pi
diversi settori

p 290 .

della  conoscenza, ma soprattutto sembra in grado  di  produrre  un
progresso  indefinito del sapere e delle sue applicazioni  pratiche
nella tecnica, migliorando cos le condizioni dell'uomo. Gli errori
dell'umanit  -  imputabili  alla soggezione,  alla  superstizione,
all'abbandono  della ragione o al suo impiego nell'inutile  ricerca
di  una  Verit assoluta - possono essere corretti,  cos  come  la
fisica newtoniana ha corretto le false credenze dell'aristotelismo.
     L'esaltazione del progresso non tiene per conto del fatto che
l'attuale  condizione  umana, cio la  soggezione  ai  tiranni,  la
disuguaglianza tra gli uomini e lo stato di guerra che caratterizza
i loro rapporti,  andata sviluppandosi parallelamente al progresso
della  scienza,  della  tecnica,  degli  stati  e  delle  relazioni
sociali. Su questo parallelo insiste Jean-Jacques Rousseau.
     
Rousseau e lo stato di natura.
     
Le   considerazioni  di  Helvtius  sul  ruolo  della   societ   e
dell'educazione nella formazione dell'individuo - per natura  tutti
gli  uomini nascono uguali e il loro intelletto si forma e sviluppa
grazie  alla  vita  sociale  e all'educazione  -  riproponevano  il
problema  dell'origine dello stato e della natura del  diritto.  Su
questo argomento sono di grande rilievo le riflessioni di Rousseau.
Egli  condivide la convinzione di Helvtius secondo la quale  tutti
gli  uomini  sono  uguali, o meglio, sono nati  e  nascono  uguali,
nonostante  le  condizioni della loro vita siano  di  innegabile  e
forte disuguaglianza.
     All'analisi  di  questo problema Rousseau dedica  il  Discorso
sull'origine  della  disuguaglianza, del 1754.  In  quest'opera  si
percorre una strada inversa a quella usata da Locke o da Hobbes per
capire  i  meccanismi della nascita della societ  e  dello  stato:
anzich  partire da una ipotesi che, in quanto tale, ha  un  valore
pari  a  ciascuna ipotesi contraria (la definizione dell'uomo  come
homini  lupus  non   pi vera di quella che lo  pone  come  homini
deus), Rousseau vuol fare un percorso che partendo dalla situazione
attuale risalga alla preistoria e alle origini dell'uomo.
     In  questo  lavoro Rousseau utilizza un metodo  mutuato  dalla
fisica,   quale  si    venuta  configurando  dopo  la  rivoluzione
copernicana.  I teorici dello stato di natura sono partiti  da  una
definizione  di  "natura  originaria"  dell'uomo  che   in   realt
rifletteva  le  condizioni  attuali  che  caratterizzano  la   vita
dell'uomo  nella  societ; pertanto tutto ci che viene  presentato
come "stato di natura" non  altro che la descrizione della societ
attuale(43). L'apparire dell'effetto deve per forza essere omogeneo
alla  causa. Ma l'alternarsi del giorno e della notte - come  hanno
dimostrato  Copernico e Keplero - pu avere una causa  diversa  dal
movimento  del Sole intorno alla Terra. Come i fisici  hanno  osato
pensare  l'immobilit  del  Sole, cos Rousseau  vuole  arrivare  a
conoscere  lo stato di natura servendosi di "ragionamenti ipotetici
e  condizionali  [...] simili a quelli che fanno  sempre  i  nostri
fisici intorno alla formazione del mondo"(44).
     
     p 291 .
     
     La situazione attuale, con le sue macroscopiche differenze tra
ricchi  e  poveri,  tra  potenti e deboli,  dovrebbe  -  secondo  i
sostenitori dell'ipotesi del contratto sociale - essere  il  frutto
di  un  originario  contratto sociale, ma,  ad  una  analisi  anche
superficiale, il mondo che ci circonda potrebbe derivare solo da un
contratto  del  tipo: "Tu hai bisogno di me perch  io  sono  ricco
mentre  tu  sei povero; facciamo dunque un accordo tra noi:  io  ti
concedo l'onor di servirmi, ma a condizione di consegnarmi quel po'
che  ti  resta, per ripagarmi della fatica che mi coster il  darti
degli ordini"(45).
     Attraverso  un percorso a ritroso, che passa per la  creazione
dell'arte, per l'uso degli utensili e del linguaggio e per le prime
forme  di  aggregazione sociale, Rousseau giunge a  ipotizzare  per
l'uomo  uno stato originario non contaminato da nessuno dei vizi  e
delle caratteristiche "bestiali" dell'uomo socializzato, ma fondato
sulla libert e sull'uguaglianza.
     E'  un'ipotesi questa che - secondo Rousseau - pu trovare una
verifica  nell'evoluzione  della  storia  umana(46):  la  propriet
privata,  che  sta  all'origine  delle  disuguaglianze,   nasce   a
conclusione  di  un processo di negazione dell'ipotetico  stato  di
natura. In un passo famosissimo Rousseau immagina come siano andate
le  cose:  "Il  primo  che,  avendo  cinto  un  terreno,  pens  di
affermare:  questo  mio, e trov persone abbastanza  semplici  per
crederlo,  fu  il  vero  fondatore della societ  civile".  Nessuno
sembra  essere  intervenuto per impedirglielo,  altrimenti  "Quanti
delitti,   guerre,  omicidi,  quante  miserie  ed  orrori   avrebbe
risparmiato  al  genere  umano colui  che,  strappando  i  pioli  e
colmando  il  fossato  avesse gridato ai suoi  simili:  "Guardatevi
dall'ascoltare questo impostore; siete perduti se dimenticate che i
frutti sono di tutti e che la terra non  di nessuno!"". Ma forse -
conclude Rousseau - " molto verosimile che allora le cose  fossero
gi arrivate a tal punto, da non poter pi durare com'erano: poich
questa idea di propriet, dipendente da molte altre idee anteriori,
che non sono potute nascere che una dopo l'altra, non si form d'un
tratto   nello   spirito  umano:  bisogn  fare  molti   progressi,
acquistare  molta industria e molti lumi, trasmetterli e aumentarli
di  generazione  in generazione, prima di arrivare  a  quest'ultimo
termine dello stato di natura"(47).
     Rousseau  sembra  seguire, passo dopo  passo,  quanto  Diderot
aveva detto sulla scienza e sulla
     
     p 292 .
     
     sua  funzione progressiva(48) per mostrare come quel  percorso
porti alla fine dello stato di natura e - nella societ civile  che
lo segue - produca guerre e miseria.
     
Un nuovo contratto sociale.
     
"L'uomo  nato libero, e dappertutto  in catene"(49). Io ignoro  -
confessa  Rousseau,  apparentemente  contraddicendo  quanto   aveva
sostenuto nel Discorso sull'origine della disuguaglianza - come sia
avvenuto questo cambiamento, ma sono in grado di spiegare che  cosa
pu averlo reso legittimo.
     La  convinzione che l'uomo nasca libero  comune  a  tutto  il
giusnaturalismo  e  alle  teorie  contrattualistiche(50),  ma   per
Rousseau  la  libert   una caratteristica cos  essenziale  della
natura  umana che non pu in alcun caso essere alienata e scambiata
con  alcunch(51). Nell'ipotetico stato di natura - egli  scrive  -
"la  pi  antica di tutte le societ, e la sola naturale,   quella
della famiglia; ancorch i figliuoli non restino legati al padre se
non  per  quel  tempo  che hanno bisogno  di  lui  per  la  propria
conservazione.  Non  appena questo bisogno  viene  meno  il  legame
naturale  si  scioglie(52). Dispensati i figli dall'obbedienza  che
dovevano  al  padre,  e il padre dalle cure che  doveva  ai  figli,
rientrano tutti ugualmente nell'indipendenza. Se essi continuano  a
restare  uniti,  non  pi naturalmente, ma volontariamente;  e  la
famiglia stessa non si mantiene che per convenzione"(53).
     Se  il  rapporto  fra gli uomini - compresi quelli  che  hanno
legami  naturali,  come  i  genitori e i  figli  -  si  basa  sulla
indipendenza  reciproca  e sulla libert, esso  non  pu  prevedere
assolutamente lo stato di guerra: pertanto "Il rapporto con le cose
e  non quello con gli uomini costituisce la guerra"(54). Inoltre la
guerra non pu mai essere un fatto personale, tra uomo e uomo:  "La
guerra privata o fra uomo e uomo non pu esistere n nello stato di
natura,  dove  non c' propriet costante, n nello stato  sociale,
dove tutto  sotto l'autorit delle leggi"(55).
     Quindi  la  guerra non  una questione fra individui,  ma  fra
stati, e "Ogni stato non pu aver per nemici che altri stati e  non
uomini,  atteso che tra cose di natura diversa non si pu stabilire
alcun vero rapporto"(56). Con questa affermazione Rousseau non solo
rifiuta  il  carattere  naturale  della  guerra,  ma  sancisce  una
distinzione  netta  tra individuo e stato. Lo stato  come  cosa  di
"natura diversa" dall'uomo
     
     p 293 .
     
     pu  essere  il  "luogo" dove quest'ultimo aliena  la  propria
libert, cio rinuncia a ci che gli  proprio a favore di qualcosa
che  gli  estraneo. E non  solo lo stato assoluto, teorizzato  da
Hobbes  e messo in pratica dalla maggior parte dei sovrani europei,
ad   espropriare  la  libert  individuale,  ma  anche   lo   stato
democratico, se con questo termine si intende la delega  di  alcuni
uomini  (i  governati) ad altri uomini (i governanti) ad esercitare
il  potere in loro nome e per loro conto. Lo stato, sotto qualsiasi
forma si presenti - in quanto nato da un presunto o reale contratto
in  cui  tutti  o  una parte degli uomini che costituiscono  quello
stato  rinunciano,  volontariamente o perch costretti,  alla  loro
indipendenza e libert -, rappresenta la sanzione di una condizione
di  disuguaglianza  ed   portatore di ulteriori  disuguaglianze  e
conflitti.
     Per  ovviare  a questa situazione che caratterizza  la  storia
dell'umanit  necessario stipulare un nuovo contratto secondo  una
nuova  formula: "Ciascuno di noi mette in comune la sua  persona  e
tutto  il  suo  potere,  sotto la suprema direzione  della  volont
generale; e noi tutti in corpo riceviamo ciascun membro come  parte
indivisibile del tutto"(57).
     Si  tratta di conciliare la libert di tutti con la libert di
ciascuno; Rousseau si rende conto della complessit del problema  e
dedica le proprie forze alla ricerca di una soluzione originale.
     Nel  pensiero  politico  moderno la soluzione  sembra  passare
attraverso  il  principio  di  delega  (eventualmente  revocabile):
l'insieme  dei  cittadini  delega alcuni membri  della  comunit  a
governare, vincolandoli a un mandato preciso.Ma anche la  delega  -
per   Rousseau   -    una  forma  di  alienazione  della   libert
individuale,  che pu produrre una forma di dominio dei  governanti
sui  governati. E' necessario pertanto trovare il modo in cui tutti
i  membri  della societ possano esercitare il potere di  governare
senza  ricorrere  a  una forma di democrazia  diretta  (che  non  
certamente  applicabile  nella complessa societ  del  diciottesimo
secolo)   ed   evitando  qualsiasi  imposizione  di  un   individuo
sull'altro.  "Questa  difficolt" egli scrive  "pu  enunciarsi  in
questi  termini: "Trovare una forma di associazione, che difenda  e
protegga  con tutta la forza comune la persona e i beni di  ciascun
associato;  e per la quale ognuno, unendosi a tutti, non  obbedisca
tuttavia  che  a se stesso, e resti altrettanto libero  di  prima".
Tale   il problema fondamentale di cui il contratto sociale d  la
soluzione"(58).
     Il  ragionamento  potrebbe apparire chiaro e lineare:  ciascun
uomo,  unendosi a tutti gli altri, costituisce un nuovo  corpo,  un
corpo politico, di cui gli individui sono membri; il corpo non  pu
danneggiare nessuno dei propri membri senza recar danno a se stesso
e  cos  ciascun  membro non pu offendere il corpo cui  appartiene
senza  recar violenza anche a se stesso. Ma questa chiarezza -  che
evoca  la  banalit dell'apologo di Menenio Agrippa - non  soddisfa
Rousseau,  che,  per approfondire l'analisi, si  vede  costretto  a
dividere l'individuo in due per poi ricomporne l'unit.
     L'uomo , a un tempo, sovrano e suddito(59).
     
     p 294 .
     
     Ciascuno, rispetto a tutti gli altri associati, non  soltanto
un  "pezzo  del corpo politico", ma  l'"intero corpo  politico"  e
nello  stesso  momento ciascuno degli altri  associati    per  lui
l'"intero corpo politico" di cui egli  membro: ciascuno   sovrano
di  tutti  gli  associati e suddito di ognuno  di  essi.  Questo  
possibile  perch, per Rousseau, il corpo politico  un  individuo,
possiede  cio un io capace di esprimere una sua propria volont  e
di  avere  una  sua  propria vita(60), e quando la  volont  di  un
individuo  coincide  con quella del corpo  politico,  cio  con  la
volont generale, l'individuo pu essere identificato con esso.
     Quello  della volont generale  uno dei punti centrali  della
riflessione  politica  di Rousseau: egli  deriva  da  esso  la  sua
concezione di democrazia. La volont generale non  "la volont  di
tutti"(61),  non    cio una somma pura e semplice  delle  volont
individuali.
     La volont individuale guarda all'"interesse privato", si pone
cio  in opposizione all'interesse di altri; la somma delle volont
individuali  di  pi  persone mantiene questo carattere  "privato";
anche  la  "volont  di  tutti" non perde questo  carattere:  tutti
insieme   i   membri  di  un'assemblea  possono   voler   difendere
l'interesse  privato  di ciascuno. Guardare  all'interesse  privato
significa   negare   e   voler   distruggere   almeno   una   parte
dell'interesse di ciascuno degli altri. Le volont individuali, pur
avendo  un  nucleo  comune,  contengono il  bisogno  di  annullarsi
reciprocamente in parte: contengono - secondo Rousseau - un "pi" e
un  "meno" che si distruggono a vicenda; se togliamo a ciascuna  di
esse queste "eccedenze" e sommiamo ci che resta, avremo la volont
generale  che risulta cos essere costituita dall'insieme  di  quei
"nuclei"  comuni omogenei tra loro, e quindi anch'essa  omogenea  a
ciascuno di loro, ma estremamente pi forte.
     La volont generale  volere ci che  comune nella volont di
tutti;  la  volont generale guarda all'interesse  comune;  la  sua
differenza dalla volont individuale  pertanto qualitativa  e  non
soltanto quantitativa.
     Nel  momento  in cui ciascuno esprime e riconosce  la  volont
generale   egli     sovrano;  quando  segue  la  propria   volont
individuale egli  suddito.
     La contraddizione - di cui Rousseau  pienamente consapevole -
si ripropone quindi fra volont generale e volont individuale, fra
interesse  comune e interesse privato: perch "Se  non  ci  fossero
interessi diversi, a malapena si sentirebbe l'interesse comune, che
non  troverebbe mai ostacolo; tutto andrebbe da s  e  la  politica
cesserebbe di essere un'arte"(62).
     L'esistenza  di un corpo politico non esclude infatti  che  il
singolo   cittadino   miri  ancora  all'interesse   privato   e   a
"considerare ci che deve alla causa comune, come una contribuzione
gratuita, la cui perdita sarebbe meno dannosa agli altri, di quanto
il pagamento ne sia gravoso a lui"(63). In altre parole, il mio non
ottemperare  a un dovere verso la comunit non reca a questa  alcun
danno  significativo,  e comunque inferiore  al  vantaggio  che  ne
ricavo. Questa  una situazione estremamente
     
     p 295 .
     
     pericolosa:  voler  godere  dei  diritti  di  cittadino  senza
compiere i doveri di suddito  una grave ingiustizia che porta alla
rovina del corpo politico(64).
     Nel corpo politico permane un rischio: che prevalga la volont
di  tutti  anzich  la volont generale e che l'affermazione  degli
interessi privati dei singoli lo porti alla rovina.
     Quest'ultima   ed  estrema  conseguenza  pu  essere   evitata
attraverso  l'applicazione  delle leggi  che  tutelano  l'interesse
comune  e  che  possono  prevedere anche la pena  di  morte:  "Ogni
malfattore,  attaccando il diritto sociale,  diventa,  per  i  suoi
misfatti,  ribelle  e  traditore verso la  patria;  egli  cessa  di
esserne  membro, violandone le leggi; anzi le fa la guerra.  Allora
la  conservazione dello stato  incompatibile con la  sua;  bisogna
che uno dei due perisca; e quando si fa morire il colpevole, lo  si
uccide non tanto come cittadino, quanto come nemico"(65).
     Ma  il  modo migliore per evitare la decadenza e la morte  del
corpo politico  evitare che la volont generale sia sopraffatta da
quella individuale. La volont generale non pu essere espressa dal
popolo  semplicemente  attraverso  i  risultati  numerici  di   una
votazione, perch cos pu accadere che la maggioranza numerica sia
la mera somma di volont individuali, cio di interessi privati: le
deliberazioni della maggioranza sono valide fintanto che  "tutti  i
caratteri  della  volont  generale  siano  ancora  presenti  nella
maggioranza:  quando  cessino  di  esservi,  qualsiasi  partito  si
prenda,  non  vi    pi  libert"(66).  Quando  i  cittadini  sono
intimoriti dal sovrano o comunque condizionati nell'espressione del
voto  non  esistono  pi libert e volont:  "allora  il  timore  e
l'adulazione cambiano i suffragi in acclamazioni; non  si  delibera
pi, si adora o si maledice"(67).
     Le  votazioni  a  maggioranza sono valide  fintanto  che  sono
libere, cio esercitate da uomini totalmente liberi.
     Una  volta stabilito che la volont generale  espressa  dalla
maggioranza   attraverso  libere  elezioni,   essa   sar   attuata
attraverso  le  leggi.  Non esiste pi  -  secondo  Rousseau  -  il
problema di domandarsi "a chi spetti fare le leggi": "quando  tutto
il  popolo  delibera su tutto il popolo" le leggi sono "atti  della
volont generale"(68).
     La  legge  non ha mai per oggetto fatti o persone particolari:
"La legge considera i sudditi come corpo e le azioni come astratte,
mai   un   uomo   come  individuo  n  un'azione  particolare"(69).
L'applicazione  delle  leggi, per,  richiede  una  serie  di  atti
particolari  e  quindi un corpo esecutivo, che non  pu  essere  il
legislatore (il popolo sovrano) che si esprime solo in  termini  di
generalit. Il potere esecutivo viene pertanto affidato al governo.
Il  governo non pu assolutamente svolgere attivit legislativa:  i
suoi membri assolvono semplicemente a "un mandato, un ufficio,  nel
quale, come
     
     p 296 .
     
     semplici  ufficiali  del  sovrano  [cio  del  popolo],   essi
esercitano  in  suo  nome  il potere del quale  egli  li  ha  fatti
depositari,  che pu limitare, modificare e riprendere  quando  gli
piaccia"(70).
     Il  governo   la capacit e la forza di applicare  le  leggi.
Ogni azione libera - osserva Rousseau - ha due cause, una morale  e
una  fisica:  la volont che la determina e la forza che  l'esegue.
Per camminare verso un oggetto bisogna in primo luogo volere andare
e  in secondo luogo avere i piedi che ci portino: "Se un paralitico
voglia  correre, se un uomo agile non voglia, tutt'e due resteranno
fermi.  Il  corpo politico ha gli stessi motori: vi si  distinguono
del  pari  la  forza e la volont; questa sotto il nome  di  potere
legislativo, quella sotto il nome di potere esecutivo"(71). Governo
e  popolo sovrano sono essenziali alla vita dello stato, ma i  loro
compiti sono rigorosamente distinti: il legislatore non ha la forza
per  "governare"  e  il  governo non pu arrogarsi  il  compito  di
legiferare.
     Il  popolo,  che  ha  in s la volont generale,    un  tutto
indivisibile,  ma - come abbiamo visto - pu essere considerato  da
due punti di vista: come sovrano e come sudditi. Il governo applica
al popolo come sudditi ci che vuole il popolo come sovrano.
     E'  chiaro  che coloro che compongono il governo  non  possono
guardare  altro  che  all'interesse  pubblico  e  generale:  se  il
perseguire  l'interesse privato a danno di  quello  comune    cosa
grave  per  un cittadino - che per questo si colloca da solo  fuori
dello  stato  e pu essere punito -, la stessa cosa  inconcepibile
in un membro del governo.
     Il  compito di governare, quindi, non  certo un vantaggio  ma
piuttosto  un incarico gravoso(72). Platone, che aveva riconosciuto
quanto  fosse  faticoso governare, riteneva  giustificabile  che  i
filosofi  -  gli unici capaci di reggere il governo dello  stato  -
volessero  sottrarsi a quel compito e pertanto pensava  che  vi  si
dovessero  costringere(73). Ma se, invece, gli  uomini  sono  tutti
uguali e quindi tutti in grado di governare, in una vera democrazia
il   modo   migliore  per  scegliere  i  magistrati   sar   quello
dell'estrazione a sorte(74).
     Ma - osserva Rousseau - "non esistono vere democrazie"(75).
     Allora, il metodo migliore per scegliere i governanti  quello
misto, con votazione e sorteggio: "la prima deve coprire posti  che
esigano  capacit  particolari, come gli uffici  militari;  l'altra
conviene  a  quelli  dove  bastino il  buon  senso,  la  giustizia,
l'integrit,  come gli uffici di giudici; perch in uno  stato  ben
costituito, queste qualit sono comuni a tutti i cittadini"(76).
     Il  cittadino  di  cui  parla Rousseau,  capace  di  esprimere
nell'assemblea la volont generale, di
     
     p 297 .
     
     anteporre l'interesse comune al proprio interesse privato,  di
governare   lo  stato,    un  uomo  che  ha  assunto  come   guida
esclusivamente  la propria ragione e non cede alle  passioni  o  ai
pregiudizi. Ma quest'uomo, come la vera democrazia, non esiste,  o,
meglio, non coincide certamente con la stragrande maggioranza degli
uomini.  Tutti  gli uomini, per, in quanto nati liberi  e  uguali,
possono aspirare a riconquistare la libert e l'uguaglianza.
     
L'educazione.
     
Rousseau  -  pi degli altri esponenti del pensiero  illuminista  -
sembra  cogliere  la  contraddizione lacerante  che  attraversa  la
natura  umana.  L'uomo, grazie alla ragione,  pu  essere  artefice
della  propria sorte e custode della propria libert, ma  al  tempo
stesso   stato ed  artefice della propria rovina. "Tutto    bene
uscendo  dalle mani dell'Autore delle cose, tutto degenera  fra  le
mani  dell'uomo"(77):  cos  inizia il primo  libro  dell'Emilio  o
dell'educazione.
     L'uomo  ha snaturato la natura, l'uomo utilizzando la  ragione
per  affermare la propria volont di dominio ha generato e continua
a  generare  mostri:  "Egli sforza un terreno  a  nutrire  prodotti
propri d'un altro, un albero a portare i frutti d'un altro; mescola
e  confonde  i  climi,  gli elementi, le stagioni;  mutila  il  suo
cavallo,  il  suo  cane,  il suo schiavo; sconvolge  tutto,  altera
tutto, ama le deformit, i mostri; non vuole nulla come l'ha  fatto
natura, neppure l'uomo; bisogna addestrarlo per s, come un cavallo
da  maneggio; bisogna sformarlo a modo suo, come un albero del  suo
giardino"(78).
     Nel giardino degli orrori in cui  stata trasformata la Terra,
un  bambino  che fosse lasciato a se stesso, cio alla sua  propria
natura, fin dalla nascita, sarebbe come un arboscello nato per caso
in  mezzo  a  una  strada:  i passanti lo farebbero  presto  morire
"urtandolo  da  ogni parte e piegandolo in tutti  i  sensi"(79).  I
pregiudizi, l'autorit, l'esempio, tutte le istituzioni sociali  in
cui  si  trova  sommerso fanno sopravvivere  l'essere  umano  e  lo
rendono,  come i suoi simili, in grado di dominare la natura  e  di
perpetuare  o  peggiorare  "lo  stato  in  cui  ormai  le  cose  si
trovano"(80).
     Eppure  Rousseau   convinto che - una volta  presa  coscienza
dello "stato in cui le cose ormai si trovano", dello stato presente
delle  cose, e delle cause che lo hanno prodotto - l'uomo abbia  in
s gli
     
     p 298 .
     
     strumenti   e  la  forza  per  rovesciare  quella  situazione,
riaffermare  la  sua vera natura, costruire la  vera  democrazia  e
raggiungere la felicit.
     Se  l'uomo che si presenta agli occhi di Rousseau (e ancor pi
ai  nostri)    il frutto delle istituzioni sociali  che  ne  hanno
corrotto  la natura originaria, dovremo impedire questa corruzione,
proteggere l'arboscello che  nato per caso in mezzo alla strada  e
garantirne la crescita e lo sviluppo naturali. Questo  il  compito
dell'educazione.  La  madre, prima di ogni  altro,    chiamata  ad
assolvere  a  questo compito: "Coltiva, annaffia la giovane  pianta
prima  che  muoia, i suoi frutti faranno un giorno la tua  delizia.
Innalza   per   tempo   un  recinto  intorno  all'anima   del   tuo
figliolo"(81).
     Quando  il  maestro  si affianca o si sostituisce  alla  madre
nell'educazione  del  fanciullo deve continuare  a  rispettarne  le
inclinazioni naturali, proteggendolo dai pregiudizi della societ e
della cultura, ma soprattutto non deve forzare in alcun modo il suo
naturale sviluppo.
     L'educazione  diventa per Rousseau la negazione  della  scuola
tradizionale: basta con lo studio delle lingue morte (il  latino  e
il  greco)  fondato sull'apprendimento a memoria di  rudimenti  dei
quali i giovani non intendono nulla; basta con l'insegnamento della
storia  come  lunghi  elenchi di nomi e di  fatti;  basta  con  una
geografia che fa credere che il mondo sia un globo di cartone e non
fornisce ad un fanciullo gli strumenti per andare da solo da Parigi
a  Saint-Denis;  basta con l'imparare a memoria, anche  le  favole,
perch si imparano le parole, ma le parole delle favole non sono le
favole, come le parole della storia non sono la storia(82).
     La  bramosia di agire, di insegnare, di affrettare i  tempi  
deleteria; se  necessario impartire qualche lezione, ci si  guardi
dal  farlo oggi se  possibile farlo domani(83). Questa  la  norma
pi  utile di tutta l'educazione: chi affretta l'insegnamento,  chi
riempie  la  testa  dei fanciulli di nozioni  e  ragionamenti  "non
guadagna  del tempo ma ne perde"(84). Lo stesso vale per i precetti
morali:  "Ritengo impossibile che, in seno alla societ,  si  possa
condurre un fanciullo fino all'et di dodici anni(85) senza  dargli
qualche  idea  dei rapporti da uomo a uomo, e della moralit  delle
azioni  umane.  Basta che ci si adoperi a rendergli queste  nozioni
necessarie   il   pi  tardi  possibile,  e  che,   quando   queste
diventeranno inevitabili, siano limitate all'utilit presente, solo
perch  egli non si creda padrone di tutto, e non faccia  del  male
agli altri senza scrupolo e senza saperlo"(86).
     Il  valore del processo educativo non si misura sulla quantit
di  nozioni e di conoscenze del giovane, ma sulla verit di  quelle
conoscenze;  quindi  il  compito  del  maestro  non    quello   di
riempirgli la testa di informazioni, ma di preservarlo dagli errori
e dai pregiudizi(87).
     
     p 299 .
     
     E' veramente maestro chi allontana il fanciullo dalla scuola e
dalle  istituzioni sociali esistenti e lo protegge dai loro effetti
negativi. Per questo Rousseau propone di educare Emilio, il giovane
protagonista del suo romanzo pedagogico, in campagna, non perch il
mondo  contadino sia immune da vizi, ma perch quei  vizi  appaiono
con  pi  evidenza  e  sono pi ripugnanti di quelli  della  citt,
abilmente occultati sotto maschere e belletti(88).
     Questa   visione  "riduttiva"  del  ruolo  del  maestro,   che
custodisce il giovane piuttosto che istruirlo, ha il suo fondamento
nella   convinzione   rousseauiana  della  capacit   autoeducativa
dell'uomo.  Il  giovane,  non  influenzato  dalla  societ  e   dai
pregiudizi,  sviluppa  lentamente,  ma  liberamente,   la   propria
ragione,  unica vera fonte di conoscenza; ad essa e non al  maestro
egli  deve  ubbidire; essa lo trasformer in cittadino consapevole,
capace  di  educare  le  generazioni future  all'autonomia  e  alla
libert.
     L'opera di Rousseau si chiude proprio con l'immagine di Emilio
che,  al  momento  di diventare padre, si rivolge  al  maestro  per
ringraziarlo  di  quanto ha fatto per lui, ma al tempo  stesso  per
affermare  che si augura di non aver bisogno di lui -  che  pure  
stato il migliore di tutti i maestri - per educare il figlio:  "Dio
non  voglia che un dovere cos santo e cos dolce sia mai  compiuto
da  altri anzich da me"(89). L'educazione di Emilio ha avuto pieno
successo.
     
Rousseau e la morale.
     
La   conclusione  dell'Emilio    dominata  dall'ottimismo   perch
Rousseau   convinto di aver trovato una soluzione alla lacerazione
che  caratterizza la condizione umana e il conforto della  certezza
dell'esistenza di un Dio potente, saggio e giusto. Rousseau esprime
questa  sua  convinzione  nella Professione  di  fede  del  vicario
savoiardo, inserita nel quarto libro dell'Emilio(90).
     Tutta la trattazione del problema religioso e morale  guidata
in Rousseau da un procedimento
     
     p 300 .
     
     razionale,   lontano  da  ogni  ricorso  alla  fede   e   alla
rivelazione,    ma   anche   in   opposizione   alle   tradizionali
dimostrazioni di tipo filosofico.
     Rousseau  parte  dalla considerazione del  carattere  armonico
dell'universo  per affermare la necessit di un  artefice  ad  esso
esterno(91): non  possibile che tutto ci che ci circonda sia cos
com' solo grazie al caso e alla probabilit(92). Possiamo ignorare
quale  sia  il fine dell'universo, ma non che esso  un  meccanismo
perfetto.
     E' come se un uomo che non sa che cosa sia un orologio e a che
cosa  serva,  ne  vedesse uno aperto, con le sue  molle  e  i  suoi
ingranaggi: "Io non so, direbbe egli, a che cosa serva il tutto; ma
vedo  che  ogni  pezzo  fatto per gli altri; ammiro l'operaio  nei
particolari  del  suo  lavoro, e sono ben  sicuro  che  tutti  quei
congegni  non  camminino cos d'accordo se non per un fine  comune,
che mi  impossibile scorgere"(93).
     All'interno  di  questo perfetto meccanismo l'uomo  occupa  un
posto  privilegiato: "l'uomo  il re della Terra che abita;  poich
non  solamente  egli doma tutti gli animali, non solamente  dispone
degli elementi con la sua industria, ma egli solo sulla Terra ne sa
disporre;  e si appropria anche, mediante la contemplazione,  degli
astri stessi ai quali non pu avvicinarsi"(94). E' la filosofia che
nella  sua abiezione vorrebbe l'uomo simile a una bestia - sostiene
Rousseau in aperta polemica con Hobbes -; collocandosi al di  fuori
dei  sistemi filosofici, dei partiti e delle sette, l'uomo non  pu
che vedere se stesso come la migliore delle creature(95).
     Ma  Rousseau non pu contraddire in maniera cos palese quanto
ha  sostenuto sull'uomo, sulla sua capacit di corrompere la natura
nel  momento in cui la domina: tutto l'universo  ordine e armonia,
l'uomo  occupa il posto pi in alto nella gerarchia delle  creature
che  a  lui si sottomettono, ma quando guardiamo all'interno  della
specie  umana  ci  troviamo  di fronte ad  uno  spettacolo  affatto
diverso.
     "Ma  quando per conoscere il mio posto individuale  nella  mia
specie  ne  considero i diversi gradi e gli uomini che li occupano,
che  divento  io? Quale spettacolo? Il quadro della natura  non  mi
offriva che armonia e proporzioni, quello del genere umano  non  mi
offre che confusione, disordine! L'accordo regna fra gli elementi e
gli  uomini sono nel caos! Gli animali sono felici, il loro re solo
  miserabile! O saggezza, dove sono le tue leggi? O Provvidenza, 
cos che tu reggi il mondo? Essere benefico, cos' diventato il tuo
potere? Io vedo il male sulla Terra"(96).
     Leggendo queste parole di Rousseau ci si rende conto che  esse
non  sono  un  artificio  retorico, ma esprimono  un  sentimento  e
un'angoscia  reale; ogni volta che egli cerca di ricondurre  l'uomo
ad  unit  e di riconoscere gli aspetti positivi della sua  natura,
l'oggetto dell'indagine gli si sdoppia
     
     p 301 .
     
     continuamente tra le mani: il volere il bene si  trasforma  in
agire  male, l'armonia e l'ordine diventano caos, la libert  della
ragione   vinta dalla schiavit delle passioni. Sembra non esserci
via di uscita.
     Fintanto  che  l'analisi della natura umana si incentra  sulla
ragione  - e qui c' un forte elemento polemico di Rousseau  contro
gli altri filosofi illuministi - il dualismo e la contraddizione si
riprodurranno  continuamente; proviamo allora a fare astrazione  da
tutte  le  modificazioni particolari e secondarie e a  cercare  una
eventuale sostanza, cio le "qualit primitive" dell'uomo; Rousseau
conclude che il risultato di questa ricerca  la scoperta nel cuore
dell'uomo di un innato sentimento della giustizia(97).
     Il  sentimento di giustizia non  vanificato dalla miriade  di
ingiustizie  che  contrassegnano la storia della specie  umana:  il
caos delle relazioni tra gli uomini che si oppone all'armonia della
natura  non  modifica l'ordine dell'universo, opera di un  Artefice
potente   e  giusto:  "Una  cos  urtante  dissonanza  nell'armonia
universale"  scrive Rousseau "mi farebbe cercare di risolverla.  Io
direi fra me: "Tutto non finisce per noi con la vita, tutto rientra
nell'ordine con la morte""(98). L'immortalit dell'anima garantisce
l'armonia universale.
     A  Rousseau  non  interessa  l'aspetto  consolatorio  che  pu
derivare  dal  riconoscere la propria anima  immortale,  altrimenti
tutto  si ridurrebbe a un discorso di fede; ci su cui egli insiste
  che  l'immortalit  dell'anima garantisce  l'universalit  e  il
carattere  innato del sentimento di giustizia. Il  cuore  dell'uomo
precede  la  ragione  e le passioni; in esso risiede  il  carattere
originario  della nostra specie. Rousseau non rinuncia  per  questo
alla  ragione, ma fa appello ad essa perch riconosca - in  termini
razionali  e  non  sentimentali - la priorit  del  sentimento,  il
predominio del cuore sulla filosofia.
     E'  vero  - sostiene Rousseau - che, sebbene "tutte le  nostre
idee  ci  vengano dal di fuori, i sentimenti che le  valutano  sono
dentro di noi, ed  per essi soli che noi conosciamo la convenienza
o  la  sconvenienza  che  esiste fra noi e  le  cose  che  dobbiamo
ricercare  o fuggire"; infatti "la sensibilit [cio la facolt  di
provare  sentimenti]    incontestabilmente anteriore  alla  nostra
intelligenza"(99).
     I  princpi  della  morale non possono quindi  essere  dettati
dalla filosofia: essi hanno la loro origine nel profondo del cuore,
ove sono "scritti dalla natura in caratteri indelebili"(100). Tutto
ci  che  il  cuore sente essere bene  bene, tutto ci  che  sente
essere male  male; la coscienza, che  la "voce dell'anima",   in
grado di giudicare inequivocabilmente le idee e le passioni(101).
     La  coscienza  che  esprime il sentimento  della  giustizia  
davvero il centro in cui si ricompone l'unit dell'uomo, di ciascun
individuo e della specie, perch la voce della coscienza  non  solo
sottopone a s la ragione e l'istinto, ma parla nello stesso modo a
tutti  gli uomini. In Rousseau l'insegnamento di Socrate si  unisce
all'invito  di  Agostino:  "rede  in  te  ipsum"  ("rientra  in  te
stesso")(102). Il carattere universale della voce della coscienza 
dimostrato - secondo Rousseau - dal
     
     p 302 .
     
     fatto che il bene e il male suscitano in noi un sentimento  di
amore    o    di   avversione   anche   quando   non   ci   toccano
direttamente(103). E' la coscienza, guida sicura  di  ogni  uomo  e
giudice infallibile del bene e del male, che rende "l'uomo simile a
Dio"(104).
     Il  fondamento  dell'unit,  della  bont  e  della  grandezza
dell'uomo    posto  da Rousseau nella coscienza  e  nel  carattere
innato e universale di questa.Ma ci - come abbiamo accennato - non
significa  rinunciare  alle facolt naturali dell'uomo,  prima  fra
tutte  la  ragione.  Coscienza  e  ragione  sono  sufficienti   per
conoscere  la  verit e i princpi della morale e della  religione;
pertanto non c' assolutamente bisogno di una dottrina positiva, di
una religione rivelata e organizzata in una Chiesa(105).
     Fatto ogni sforzo in questa direzione, l'uomo non ha niente da
rimproverarsi,  perch non ha certamente colpa dei  propri  limiti:
"Ho fatto quello che ho potuto per raggiungere la verit; ma la sua
sorgente   troppo alta: quando le forze mi mancano per andare  pi
lontano, di che cosa posso essere colpevole?"(106).
     
Rousseau, soluzioni e problemi aperti.
     
Le  soluzioni  proposte  da Rousseau per una  trasformazione  della
societ in senso razionale e quindi per l'affermazione della natura
umana  che  non rinuncia agli attributi originari della  libert  e
dell'uguaglianza  suscitarono non solo la condanna  degli  ambienti
conservatori   e  reazionari,  ma  anche  la  disapprovazione   dei
philosophes, che in qualche modo vedevano nel ricorso al sentimento
una svalutazione del ruolo della ragione.
     Ma  proprio in questo sta la grandezza del filosofo: nell'aver
tentato  di  risolvere il dualismo dell'uomo (ragione  e  passione)
senza  sbilanciarsi verso uno dei due poli e senza  ricorrere  alla
metafisica;  la vita dell'uomo pu trovare in quella  che  Rousseau
chiama  coscienza una guida che stando al di sopra - o comunque  al
di  fuori - della ragione e della passione, le accolga entrambe  in
s,  le riduca ad unit e le ponga in armonia con la natura  e  con
l'universo.
     Tutto   questo      possibile  attraverso  l'educazione:   la
trasformazione della societ  una questione pedagogica, prima  che
politica. E qui si pone uno dei grandi problemi lasciati aperti  da
Rousseau:  chi educher i maestri, o comunque la prima  generazione
destinata  a innescare il processo di cambiamento che porter  alla
formazione delle generazioni future?
     Non bastano infatti semplici steccati intorno ai fanciulli per
proteggerli dai pregiudizi e dai vizi della societ: il  maestro  -
come abbiamo visto - deve svolgere anche un ruolo attivo. La
     
     p 303 .
     
     trasformazione  del mondo  ancora una volta  nelle  mani  dei
filosofi.
     Un  problema analogo resta aperto sulla volont generale:  una
minoranza  "illuminata"  pu capire che la volont  espressa  dalla
maggioranza del popolo pu non coincidere con la volont  generale,
e  quindi ritenersi in diritto di imporsi alla maggioranza numerica
per  affermare  l'"interesse comune"  di  cui  quella  minoranza  
portatrice.  Questo  spazio lasciato aperto  da  Rousseau    stato
occupato  da  personaggi come Robespierre e  Lenin,  che  lo  hanno
chiuso in senso autoritario.
     Infine  il  problema dell'uguaglianza: ciascun  uomo  dovrebbe
rinunciare a quanto ha in pi o in meno rispetto agli altri, perch
solo  dando ascolto a ci che  comune a tutti pu essere  espressa
la  volont  generale. In questo modo la giustizia, la  pace  e  la
felicit  sono assicurate dal vedere l'altro uguale  a  me.  Questa
visione,  che  mette  fra  parentesi  le  differenze  e  le   rende
inessenziali  alla  vita  sociale, pu  portare  a  considerare  la
differenza  come socialmente pericolosa, con tutte  le  conseguenze
che  si  possono facilmente immaginare. L'uguaglianza di cui  parla
Rousseau, e che diviene una delle parole d'ordine essenziali  della
Rivoluzione  francese,  - come egli stesso dice  -  un'uguaglianza
"astratta"  e,  in  quanto  tale,  pu  tendere  ad  imporsi   come
"assoluta", a cancellare ogni differenza, a produrre una societ di
uguali in cui anche le libert individuali siano negate.
